Non solo scrivere
  • Home
  • Come partecipare
  • Pubblicazioni recenti
  • Scrittori e Recensioni
  • Concorso di poesia
  • L'angolo dei pittori
  • Presentazioni di libri
  • I vostri commenti
  • Siti e blog preferiti
  • News
Picture

Novella

Era una sera d’inverno come tante altre. Tutti erano rinchiusi nelle loro case. Faceva molto freddo.
Fuori il vento ululava tra le vie deserte e scuoteva i rami nudi degli alberi. Al contrario della stagione invernale, durante l’estate il paesaggio sembrava uno spettacolo da fiaba.
Dentro la vecchia cascina, la tranquillità aleggiava nell’aria tra la coppia di anziani seduti a fronte del camino dalle alte fiamme: Adele e Mario.
All’improvviso, a rompere il silenzio fu l’anziana signora, la quale con tono di voce persuasivo incominciò:
“Caro marito mi è venuta un’idea. E’ il caso che tu vada in città a vendere una delle nostre due mucche.
“Non pensi che basti solo una a darci latte, formaggio e burro a sufficienza?”.
La donna dopo aver tirato un profondo respiro guardò il soffitto e a mani giunte continuò:
“Figli non ne abbiamo, i nipoti ci trascurano, non fanno niente per noi, non si dimostrano riconoscenti di ciò che possediamo e non si prendono cura della nostra anzianità.
“E’ arrivato il momento di risparmiare le forze e cercare di trascorrere i giorni della nostra vecchiaia con più tranquillità”.
La coppia abitava una vecchia fattoria lontana dalla città, situata alla periferia di una borgata. I due invecchiavano tranquillamente senza preoccuparsi del tempo che lentamente passava. Conducevano una vita semplice. La cascina era di loro proprietà, il bestiame domestico abbondava di polli, tacchini ed altri animali da cortile. Il tutto era più che sufficiente per i due. In più avevano un gruzzolo di soldi riposti nel cassetto di un vecchio armadio. Potevano con tranquillità attendere la fine dei loro giorni senza paura di finire in miseria, prima che giungesse il dolce abbraccio della morte.
Riguardo alla signora Adele, poche erano le volte che si allontanava dalla sua abitazione. Per andare in Chiesa, quando doveva macinare il frumento, oppure, quando da lontano avvistava davanti al mulino un folto numero di donne, nell’attesa del proprio turno per la macinatura di cereali. Occasione propizia per parlare o fare nuove conoscenze.
Per le donne il mulino rappresentava un punto d’incontro e di scambio di idee. Quando c’era molta gente ad aspettare il proprio turno, spesso compariva la moglie del mugnaio, la quale, per ingannare il tempo di attesa dei clienti, si rendeva utile nel raccontare storie di altri tempi.
Le novelle più richieste erano due e la moglie del mugnaio, secondo il numero delle donne presenti, raccontava o quella romantica della giovane sposa Milena, oppure il fascinoso episodio capitato a Teresa.
Teresa, una giovane donna in preda alla disperazione per la prematura dipartita del marito. Milena, con un preciso intento, vale a dire quello di sedare la voglia di partecipare ad un ballo da favola nel castello del conte. In entrambi i casi la medesima finalità: una precisa collocazione nella sfera del mistero.
La favola del principe ed il boscaiolo era poco gradita e la signora l’aveva cancellata dal suo repertorio narrativo, come quella dell’amore morboso del figlio del conte verso l’amata, dal tragico finale.A seguito dell’idea proposta dalla moglie Adele, Mario durante la notte rifletté e convenne che aveva ragione. Era proprio giusta la sua idea e decise di mettere in pratica il consiglio. Di mattino presto lasciò il letto, indossò gli abiti della domenica, si portò nella stalla, si accostò ad una delle due mucche, le circondò il collo con una corda di canapa e intraprese la via sterrata che conduceva alla città.
Durante il percorso Mario oltrepassò parecchi casolari solitari, abbastanza distanti l’un l’altro fra loro. Tutti con un capanno, dentro il quale stazionavano gli animali da cortile. In uno di essi, nel recinto attiguo all’abitazione, fu attratto dalla presenza di oche, caprette, maiali, e due puledri dal manto nero. I quali, agili e vigorosi correvano gioiosamente circuendo la staccionata del recinto. Animali, che Mario non aveva a casa sua e non gli sarebbe dispiaciuto possedere almeno una capra, un’oca oppure un cavallo.
Dopo tanto camminare, raggiunta la città si portò nel luogo dove si teneva il mercato, ma trovò il piazzale vuoto. Nessuna bancarella né uomini indaffarati nelle trattative.
Aveva sbagliato giorno?
S’informò da un freddoloso passante e questi gli rispose:
”Ogni primo martedì della settimana fanno la compra-vendita del bestiame. Oggi è mercoledì. Ti tocca aspettare. Oppure, ritornare la settimana prossima”.
- Pazienza - pensò Mario, - vuol dire che tornerò a casa con la mucca. La strada da percorrere è la stessa. Di certo non è più lunga al ritorno -.
Un po’ deluso e senza troppo riflettere riprese la via del ritorno. Dopo alcune ore di cammino si sentì stanco. Si fermò e sedette su un muricciolo di sassi al bordo della strada. Abbastanza pensieroso e muovendo il capo più volte si rimproverava così:
Avrei dovuto chiedere informazioni al compare barba grigia, che conosce tutti ed è sempre al corrente di tutto. Se fossi stato più accorto e meno precipitoso, mi sarei risparmiato la delusione della mancata vendita e la fatica di riportare la mucca a casa.
    Abbandonò il muretto e riprese il cammino. Alzò lo sguardo dal selciato e da lontano avvistò un uomo, che conduceva un cavallo dalle briglie.
La strada per raggiungere la mia casa è ancora tanta e presto sarà notte - brontolò Mario. - Se continuo a tirare la mucca non arriverò a casa prima di domani. -
Un’idea:
-Il cavallo mi sarebbe molto più utile e comodo-, disse tra sé.
A pochi passi dallo sconosciuto, Mario lo fermò e gli chiese se avesse voluto scambiare la mucca con il suo cavallo. Il contadino senza esitare accettò e Mario tutto allegro montò in sella. Il puledro era giovane, scattante, ombroso e Mario non aveva tenuto conto della sua età.
Dopo circa mezz'ora al galoppo senza sella, incominciò a pentirsi dello scambio. Smontò da cavallo e continuò a camminare a piedi tenendo il puledro per le redini, ma con grande fatica.
Non riusciva a tenere il passo dell’animale. Il cavallo voleva correre, e per di più continuava ad impennarsi davanti ad ogni buca esistente sul piano sterrato della via.
- Ho sbagliato – e borbottò improperi. Ma il viso si illuminò di speranze quando vide venirgli incontro un campagnolo, seguito da un mansueto maiale grosso e grasso.
Una visione:
- Un chiodo vale di più di un diamante che brilla e non serve a niente - disse fra sé Mario. Incrociando il campagnolo lo fermò e gli propose di scambiare il suo cavallo con il maiale.
“Se a te va bene, accetto lo scambio”.
E così fu.
- Che bella idea ho avuto – pensò Mario e riprese il cammino. Ben presto notò che il grosso maiale essendo grasso si affaticava facilmente. Ad ogni quattro o cinque passi si bloccava e non voleva saperne di seguirlo.
Mario gli parlò, lo supplicò, l'ingiuriò, niente da fare! Tirò il maiale con una corda, lo spinse per dietro per farlo camminare, lo sculacciò, ma fu tutto inutile. Il suino continuava a grufolare e a restare fermo. All’improvviso si buttò di colpo a terra e cominciò a rotolarsi nella polvere. Non intendeva avanzare e seguitò a non volerlo seguire.
Dopo circa mezz’ora di attesa, lui seduto sopra un sasso, il maiale continuava a restare fermo. Questa volta Mario cominciò a scoraggiarsi sul serio, ma la fortuna venne dalla sua parte quando in lontananza si vide venire incontro un uomo con una capra dal mantello a chiazze di colore bianco-nero e dalle mammelle gonfie di latte.
La capra si muoveva abbastanza agilmente e di tanto in tanto saltellava festosamente.
-Ecco l'animale che ho sempre desiderato. E’ proprio quello che fa per me –.
Si portò la mano destra sulla testa più volte, sfiorandosi i pochi capelli grigi e pensò:
- preferisco una capra allegra e giocherellona a questo maiale grosso, grasso e pigro -.
A pochi passi dal contadino Mario lo salutò per primo. Lo fermò e con garbo si presentò:
“Buon pomeriggio amico”.
“Buon pomeriggio anche a te”.
“Da dove vieni?”.
“Dalla città e non vedo l’ora di arrivare a casa”.
Vi fu subito intesa fra i due e di comune accordo si scambiarono gli animali.
Per circa una mezz'ora tutto andò bene. Spesso la capra saltellava e Mario stette al gioco, ma stanco di assecondarla, di nuovo si pentì dello scambio.
Un miracolo:
Da lontano una nuvola di polvere. Grande fu la gioia di Mario quando vide un pastore, che allegramente avanzava fischiettando in testa al suo belante gregge, con due grossi cani da guardia che vigilavano la mandria.
Mario si fermò al bordo della strada e attese che il pastore arrivasse. Intanto pensò: – una pecora mi darà la lana ed è più mansueta e tranquilla di questa capra dispettosa -.
Avanzò la richiesta e il pastore acconsentì.
“Accetto di scambiare la tua capra con una delle mie pecore. E’ l’animale che mancava al mio gregge” e con sincerità aggiunse - scegliti l’animale che vuoi, buon uomo”.
E così avvenne.
Mario aveva pensato bene. La pecora si dimostrò tranquilla, l'esempio della mansuetudine. Non saltava, non correva, avanzava a piccoli passi. All’improvviso incominciò a belare e quanto più si allontanava dalla mandria più belava.
L’incessante belare continuava ed a Mario cominciò a dargli molto fastidio. Più si allontanava dal gregge e più la pecora voleva ritornare fra il branco. Più Mario la tirava, più frequenti ed acuti erano i lamenti.
- Che stupida bestia - gridò Mario ad alta voce e continuò a tirare la pecora, legata al collo da una corda, con tutte le sue forze. E pensò:- Anche questa volta è andata male. Bisogna che me ne liberi ad ogni costo -.
Arrivato nelle vicinanze di un vecchio casolare sentì un vocione gridare:
“La tua pecora rischia di morire strangolata se continui a tirarla dal collo”.
Il rimprovero proveniva da dietro un folto cespuglio dal quale sbucò un arzillo campagnolo dalla voce roca e dagli indumenti abbastanza discutibili. Il quale senza denti e con la pipa in bocca stringeva fra le braccia una grossa oca.
Mario non badò al rimprovero. Non si scoraggiò. Risoluto e deciso, di rimando gli gridò:
“Amico, se è come dici, dammi la tua oca in cambio della mia pecora“.
Detto fatto, il campagnolo accettò e il baratto avvenne.
Mario agguantò l'oca, la sistemò sotto il braccio destro e riprese il cammino soddisfatto dello scambio. La sua gioia non durò a lungo. L’affare non fu dei migliori. A tenere a bada il volatile si dimostrò una vera impresa.
Diede prova di un animale antipatico l’oca: schiamazzava, si dibatteva, roteava il becco da tutte le parti, agitava le zampe, le ali e cercava continuamente di voler liberarsi dalla stretta e di volar via.
Fu una lotta continua fra lui e la papera. Stanco di combattere, e indignato più del solito, Mario dichiarò ad alta voce:
- Le oche sono proprio stupide.
Ora capisco perché mia moglie non ha mai voluto che schiamazzassero nel cortile –.
L’ingenuo anziano, dopo tutte le disavventure subite, cominciò a sentirsi stanco. Soprattutto confuso. Avanzava lento, silenzioso e deluso. Non sapeva più cosa pensare. Alla presenza di un grosso sasso bianco sedette e si riposò.
Una voce:
“Non disperare. La vita è un’altalena: oggi in basso e domani in alto. Saper prendere con filosofia tutto ciò che accade ogni giorno è solo guadagno. Riprendi il viaggio”.
Giunto nei pressi di una piccola casetta verde, attigua alla quale una donna impegnata a distribuire il mangime agli animali.
Mario, con la papera sotto il braccio si fermò a parlare con l’anziana signora. Di spicco tra gli animali da cortile vi erano parecchi galli dalle variegate piume. Mario se ne innamorò subito ed osò la richiesta:
“Vuoi la mia oca in cambio di uno dei tuoi galli colorati?”. L’anziana acconsentì e lo scambio avvenne.
Gli ritornò l’ottimismo con il quale era partito di mattino presto per andare in città a vendere la mucca. Si sentì soddisfatto Mario. Contento e felice riprese a camminare con tranquillità. Il gallo di tanto in tanto reclamava con voce roca. Allentò la presa e il pollastro spiccò un salto e prese la fuga. Mario lo rincorse con tutta la forza delle gambe, lo acciuffò e gli gridò:
“Vanitoso gallaccio, ora ti sistemo io” e gli legò le zampe.
Il pollo dalle piume colorate, con le zampe legate e la testa all'ingiù, si rassegnò alla situazione e i lamenti sempre più deboli.
Il sole calava dietro le colline. Il tramonto era prossimo. Il buio avanzava. Comparve la luna a rischiarare la campagna e gli alberi dai rami spogli, che costeggiavano la via.
Mario avvertì lo stomaco borbottare. Accusò una pesante stanchezza. Ebbe fame e decise di rifocillarsi. Entrò nella solita fuligginosa bettola da solo questa volta, ma con il gallo dalle piume variegate, con l’intento appunto di saziarsi. Nonostante mancassero pochi chilometri dalla sua abitazione, Mario voleva presentarsi rinvigorito alla moglie: non affamato.
L’unico problema era quello di essere al verde. Non aveva un quattrino. Seduta stante decise e si convinse che, alla fin fine, barattare il gallo dalle variegate piume con una cena abbondante fosse una savia decisione, prima di presentarsi alla moglie a mani vuote.
- A pensarci bene- disse fra sé, - a cosa mi serve un gallo se ho tanta fame? –
Mario entrò nell’osteria e sedette in un posto d’angolo del locale, dalla luce fioca di alcune lanterne, tenendo ben stretto il pollastro dalle piume variopinte.
L’oste, una persona alta, magra, asciutta e dalla folta barba, gli si fece incontro e lo salutò con rispetto. Come se non lo avesse mai visto. Difatti, non era un cliente abituale Mario. Questa era la prima volta a mettere piede nell’osteria da solo e a tarda ora. Qualche volta si era presentato nella locanda in compagnia di barba grigia, ma da solo mai.
Il taverniere adocchiò il volatile e rivolgendosi al padrone gli disse:
“Di certo devi essere qui per festeggiare qualche avvenimento importante”.
Mario si limitò a rispondere in modo asciutto:
“Sì, è vero”.
E l’oste:
“Che cosa ti posso servire?” e rimase in attesa della risposta.
Mario non la tirò per le lunghe e gli propose il suo gallo colorato in cambio di un’abbondante cena. L’oste accettò. S’impossessò del gallo e gli servì un nutrito piatto di polenta e fagioli, con l’aggiunta di vari boccali di vino rosso rubino.
Mario più brillo che sobrio lasciò la bettola e s’incamminò verso casa.
Una voce:
“Sei abbastanza in forma da affrontare tua moglie?”.
Esitò perplesso. Tirò un profondo respiro. All’impatto di una folata di vento freddo che gli carezzò il volto e tutte le membra, si riprese, quando vide il fumo del camino del suo casolare perdersi nel cielo della notte gelida.
Mario cominciò a riflettere.
Forse quel giorno fu l’unico della sua vita chiamato a fare delle scelte da solo, ed ebbe il coraggio e la forza di farle. L’unica cosa che non si deve fare è quella di pensarci troppo a lungo sul da farsi.
Lo sbaglio consiste proprio in questo: lo faccio o non lo faccio? Consapevole o meno lui lo aveva fatto.
Non si era chiesto – farò la cosa giusta? Sto sbagliando? Mi rimprovererà mia moglie? -
Prima di presentarsi alla moglie Adele a mani vuote, Mario pensò di fare visita al suo vicino di casa: il compare Pietro dal soprannome barba-grigia.Era così che lo chiamavano in paese a causa della sua barba folta, lunga e grigia. Mario lo conosceva sin dall’infanzia e per lui, Pietro era rimasto l’idolo di sempre. Da giovane aveva girato il mondo in lungo e in largo. Rimasto solo e senza moglie non si era scagliato contro il destino. Aveva accettato la sorte con rassegnazione, continuava a vivere con serenità e non aveva perduto il suo buon umore di sempre.
Mario dal volto triste e infreddolito si presentò al suo cospetto.
“Allora”,
gli chiese barba-grigia sfregandosi le mani e con un sorrisetto ironico aggiunse:
“Com’è andata?”.
“Così, così“.
“Che vuoi dire così, così. Raccontami”.
Mario senza esitare gli riportò per filo e per segno tutto ciò che gli era accaduto durante la giornata.
“Compare, che il cielo ti protegga. Hai fatto davvero un bel lavoro! Tu sei restato l’ingenuo di sempre, ma l’ingenuità non ripaga.
“Cosa racconterai a tua moglie?”.
“Non lo so. Qualcosa mi inventerò”.
“Cosa vuoi inventarti tornando a casa senza mucca e senza un soldo?”.
“Sarebbero potuto andare peggio, compare. Avrei potuto subire qualche disgrazia. Invece, sono qui intero e per di più abbastanza tranquillo”.
“Di certo non sarai ben accolto da tua moglie” replicò Pietro, “ed io non vorrei essere al tuo posto”.
Mario, risoluto aggiunse:
”Che io abbia torto o ragione, mia moglie è una donna buona, brava e comprensiva, confido in lei e sono certo non mi rimprovererà”.
“Non ci credo, scommetto quanto vuoi” e continuò, “tua moglie non sarà contenta di come sono andate le cose, tornando a casa senza mucca e senza un soldo”.
Mario ebbe un attimo di smarrimento. Ma risoluto aggiunse:
“Vuoi scommettere che non sarà come tu dici?”.
“Certo”.
“Cosa proponi?”.
“Scommettiamo i trenta danari d’argento che ho. Li rischio tutti poiché sono certo che non sarà come che tu dici. Accetti?”.
“D’accordo“ disse Pietro barba-grigia e senza esitare allungò il braccio: “Qua la mano”.
L’intesa ci fu e l’accordo venne siglato all’antica: con la tradizionale stretta di mano.
Seduta sulla sedia di legno a fronte dell’ampio focolare dalle alte fiamme, l’anziana signora Adele attendeva l’arrivo del marito. Sola e silenziosa alla fioca luce della legna che illuminava l’ambiente, in compagnia del suo gatto dal manto bianco.
Stava per addormentarsi quando sentì la porta aprirsi e dal cigolio dei cardini capì chi fosse. Per assicurarsi meglio chiese ad alta voce:
“Sei tu, Mario?”
“Sì, sono io e sono tornato”.
Mario entrò per primo, Pietro lo seguì e restò nascosto nella penombra della stanza, in attesa di cosa fosse avvenuto tra moglie e marito.
“Buonasera, moglie mia”.
“Buonasera” rispose la donna.
“Finalmente sei tornato, ero in pensiero per te”.
“Com'è andata al mercato?“
“Né bene, né male”.
“Cosa vuoi dire”.
“Così, così”.
“Hai trovato da vendere la mucca?”.
Non vi fu risposta, se non un lungo silenzio.
“Non esitare Mario, racconta”.
Mario raccolse tutto il suo coraggio e cominciò:
“Sai, moglie mia, arrivato in città, il mercato lo avevano fatto il giorno prima e non ho potuto vendere la mucca”.
“E allora?”
“Sulla strada del ritorno l'ho barattata con un cavallo”.
“Con un cavallo?” esclamò Adele con grande stupore.
“E’ stata una buona idea, era proprio l’animale che ci voleva”.
Il marito proseguì:
“Strada facendo ho cambiato idea ed ho scambiato il cavallo con un maiale”.
“Ecco” rispose la donna, “è proprio quello che avrei fatto anch'io al posto tuo. Un cavallo sarebbe stato un impegno in più per noi due, anzi per te. Affrettati a cercare un posto sicuro dove poter fargli passare la notte”.
“Moglie non arrabbiarti, non ho portato a casa nemmeno il maiale”.
“Come mai?”
“Perché l'ho scambiato con una capra”.
“Bravo! Con la capra, oltre al latte e al formaggio, partorirà i capretti. Portala subito in un posto al sicuro“.
“Neppure la capra ti ho portato, l'ho barattata con una pecora”.
“Hai fatto benissimo”.
“La capra mi avrebbe dato troppo lavoro, ma la pecora mi darà la lana ed io ti confezionerò un caldo maglione per il prossimo inverno”.
“Non ti ho portato neppure la pecora, l'ho barattata con un'oca”.
“Ben fatto. La papera ci darà il grasso a sufficienza per condire l’insalata. Grazie. Grazie di cuore”.
Ed aggiunse:
“Che cosa avrei fatto di una pecora? Non ho né fuso, né telaio. Ma un'oca, un'oca grassa è proprio ciò che desideravo”.
“Non ho portato a casa neppure l'oca. L'ho scambiata con un gallo”.
“Caro”, disse la donna, “sei molto saggio. Un gallo vale più di un orologio, al quale occorre caricare la molla ogni giorno. Il gallo invece canta tutte le mattine e ci avverte che è tempo di alzarsi, lodare il Signore e di incominciare la giornata con serenità. Che cosa ne avremmo fatto di un'oca? E’ meglio il gallo“.
“Non ti ho portato neppure il gallo, perché mi è venuta una fame da lupo e sono stato obbligato a barattare il gallo per pagare il conto all’oste”.
“Ottima idea!” disse la donna.
“A pensarci bene noi non avremmo avuto bisogno di un gallo. Il pollastro ci avrebbe svegliato presto ogni mattina. Però, senza gli insistenti chicchirichì, possiamo restare a letto finché ci pare e piace“.
Mario, quantunque consapevole della smisurata comprensione della moglie, tirò un profondo sospiro. Le traversie della giornata si erano risolte a suo favore e nei migliori dei modi, soprattutto perché dalla mucca non avrebbe guadagnato la somma scommessa con Pietro.
Mario invitò il compare barba grigia a comparire e alla sua apparizione, al cospetto della moglie, con soddisfazione incominciò a parlare e concluse con grande orgoglio:
“Compare, hai sentito? Vai a prendere i tuoi trenta soldi d’argento e portameli. Ho vinto la scommessa”.
Mario contento e raggiante di felicità abbracciò la moglie Adele, mentre Piero si avviò a prendere i trenta scudi d’argento da rendere al compare.


Nino. C. da Rubba       Recensioni

Picture

Gita a Cremona

Era una bella domenica di sole caldo, un caldo che dava addirittura fastidio, da dietro il finestrino della macchina, ma non l’avrei detto perché era una di quelle domeniche che fanno ripensare all’infanzia e che fanno venire una gran voglia di stare fuori e andare in giro, per cercare qualcosa che ci dica che l’infanzia, in fondo, non è proprio finita, che c’è ancora qualcosa che possiamo fare per sentirci spensierati come in quei giorni. Non fosse altro che per una sola domenica.
Avevo deciso di andare a Cremona e il compagno della mia vita, dopo aver sollevato le sopracciglia e aver fatto una smorfia, aveva accettato scettico quella meta per trascorrere la domenica in un posto diverso.
A Cremona io c’ero stata solo una volta e a quei tempi ero proprio nel pieno dell’infanzia. Eppure era una domenica molto simile a questa, con un caldo quasi inaspettato, in cui le scarpe di vernice e le calze di cotone davano fastidio. Ricordavo il Torrazzo e una pasticceria del centro dove vendevano dei dolci che simulavano la polenta: nient’altro, ma questo bastava a farmi venire voglia di tornarci.
Lui invece a Cremona non c’è mai stato, o meglio non ricorda di esserci mai stato e se non si ricorda, dice, allora vuol dire che non c’era proprio niente da ricordare.
Cremona, chissà perché, non gli piaceva proprio e continuava a dirlo, mentre guidava e probabilmente rimpiangeva il divano e la televisione, anche in una domenica come questa. Il suo umore non migliorò quando il navigatore ci fece sbagliare strada e dovemmo uscire dall’autostrada per poi rientrare nel senso opposto. A questo punto si lamentò anche dei chilometri, che erano troppi per una giornata e per una città in cui sicuramente non c’era niente da vedere.
E’ stato allora che ho ripensato a Maria e a quel suo viaggio in senso inverso di quasi un secolo fa, quando anche quei pochi chilometri dovevano esser tanti davvero.
Maria a Milano non ci arrivò in macchina, sicuramente ci arrivò in treno, un treno malandato, con un biglietto di terza classe. Non credo ci fosse il sole, credo fosse invece un giorno d’inverno e di nebbia. Riesco quasi ad immaginarla mentre sale e si siede in uno scompartimento, con i capelli nerissimi raccolti sulla nuca e i vestiti neri, che portava anche nelle foto in cui non era ancora vedova. Una borsa posata sulle ginocchia, con le sue poche cose, il giornale infilato nei manici. Perché Maria leggeva ogni giorno, avidamente, il giornale.
Più difficili da immaginare sono i suoi pensieri, che non dovevano certo essere gioiosi. Si lasciava alle spalle un padre ubriacone e rovinato, che avrebbe dovuto aiutare, e due sorelle morte, forse in circostanze misteriose. Lasciava una vita che non era stata né facile né fortunata, per un’altra che sicuramente non prometteva niente di buono. Eppure nessuno degli altri passeggeri avrà potuto anche solo vagamente indovinare i suoi pensieri, perché era estremamente chiusa e riservata, e i suoi grandi occhi scuri impenetrabili.
Quel giorno, quando scese alla stazione di Milano, sfiorava i trent’anni e sicuramente era considerata ormai una zitella, per i tempi di allora. Ma non credo gliene importasse molto. Non credo che quel giorno Maria si ponesse il problema di un marito e dei figli, perché altri problemi affollavano la sua mente. Quando le sue scarpe rovinate toccarono il marciapiede della stazione, probabilmente si sentiva vecchia e certo non immaginava che invece, negli anni, avrebbe rimpianto quel momento, in cui era ancora giovane e bella e libera. Quel giorno la sua seconda vita le stava davanti e avrebbe potuto prendere qualsiasi piega lei avesse voluto. Se solo lo avesse voluto.
A Milano Maria invece trovò l’amore, travolgente e appassionato, che sconvolse la sua vita e che passò indenne attraverso due guerre, sette figli, persino una lunga separazione.
“Che errore Maria!” scriveva molti anni dopo suo cognato. “Eri giovane e bella…”
Di quell’amore, che iniziò all’improvviso e che fu totale e assoluto, Maria parlò soltanto una volta, in un’altra domenica di sole, molti anni dopo, quando i suoi capelli scuri erano diventati bianchi da tempo, mentre era seduta sul sedile di legno di un tram, con una nipote, che non era certo la sua preferita e che, al contrario, aveva sempre malsopportato, perché troppo vivace, troppo curiosa, troppo bambina e lei di bambini era stanca, perché aveva avuto troppi figli e troppi nipoti.
Ma quel giorno, nella bambina scatenata, che si era trasformata in un’adolescente tranquilla e silenziosa, che forse aveva appena smesso di giocare agli indiani e di chiamarsi Inchiostro di China, ma ne sentiva la nostalgia, Maria trovò qualcosa di se stessa, che non erano solo i grandi occhi scuri. E lei, una donna riservatissima, che non aveva mai parlato dei propri sentimenti e che mai avrebbe pensato di farlo, raccontò a quella nipote del suo amore appassionato.
Nella sua seconda vita, durante la quale non dimenticò mai la prima, Maria ebbe molto: sposò l’uomo che amava, ebbe sette figli, tutti sani e di straordinaria bellezza.
Eppure, nelle innumerevoli foto che ho trovato a casa dell’ultima dei suoi figli, l’espressione dei suoi occhi scuri è sempre la stessa, contrariata e risentita, sottolineata dalla smorfia che le stringe le labbra.
Da bambina, quando incrociavo il suo sguardo in quelle foto, mi sembrava che per qualche motivo Maria ce l’avesse con me e siccome non capivo la ragione di quel risentimento ostinato, Maria non mi piaceva, mi era anzi antipatica, pensavo e mentre lo pensavo mi sentivo in colpa verso quella sua figlia sempre sorridente, che l’aveva tanto amata e che chiedeva soltanto di vedere tutti felici e in pace.
Non sapevo e non mi interessava poi tanto di sapere da dove venisse quel suo risentimento, invece adesso lo so. Maria ebbe molto ma non ebbe abbastanza, non ebbe quello che voleva e non come lo voleva. E il tempo passò troppo in fretta e si portò via la sua giovinezza e lei forse non smise mai di rimpiangere quel giorno quando, scesa dal treno, avrebbe potuto avere una vita diversa.

Manuela Cagnoni      Recensioni
Picture

Tra quelle mani

Il mio cuore era li 
tra quelle mani
che nella notte
amavo,
eri la parte essenziale della mia quotidianità,
ma adesso di colpo
sparita
senza un ciao
un saluto
una carezza,
nulla !
Solo un vuoto sotto i miei piedi
nessun aria che mi dia respiro.
Avrò rimpianto
avrò dolore
ogni volta che scorgerò 
delle mani.


Paolo Lorussi    Recensioni
Picture
Create a free website with Weebly